05
Dic
07

Un documento ed una riflessione sui “teatri di cintura” – UnAmletoditroppo

Impegnata in lavori che la tengono lontana dalla Consulta, al Compagnia UnAmletoditroppo ha voluto contribuire alla discussione che prende in esame la questione dei cosiddetti teatri di cintura, e quindi anche il nostro nuovo Teatro del Quarticciolo, con un documento che induce a qualche riflessione e dà un primo contributo su un argomento che probabilmente farà capo ad un prossimo costituendo gruppo di lavoro.

Come al solito sono benvenuti i commenti e la discussione (per leggere i commenti basta cliccare su “commenti” nella barra sotto il titolo)

Spesso, troppo spesso sentiamo parlare delle enormi difficoltà e degli annosi problemi che il teatro deve affrontare per sopravvivere.
Maledetti soldi non ce ne sono mai abbastanza!
Ma è davvero solo una questione di soldi?Crediamo che per risolvere un problema prima di applicare il rimedio è indispensabile fare una riflessione seria sulla natura del problema.
E’ anche una questione di soldi!
E lo sanno bene tanto le piccole quanto le grandi compagnie.
Noi siamo una piccola realtà teatrale indipendente, nel senso che il nostro teatro ce lo autoproduciamo.  Il che non ci rende degli eroi tantomeno dei martiri. Semplicemente ci sta bene così! E questa lettera  non vuole avere il tono della protesta ma semplicemente dare, tramite la nostra testimonianza,un contributo alla riflessione.

Attraverso l’esperienza diretta siamo giunti alla conclusione che la difficoltà maggiore con cui le piccole compagnie devono scontrarsi è l’assenza di interlocutori in carne ed ossa. Purtroppo abbiamo  constatato spesso e volentieri l’inadeguatezza dei teatri stessi ad assolvere a questa funzione vitale per il Teatro.

Se si vuole promuovere uno spettacolo verrebbe da pensare che i luoghi più probabili a cui rivolgersi siano i teatri. Questo secondo la logica del buon senso.

Certo essere giovani o indipendenti non è necessariamente sinonimo di qualità, lo sappiamo bene; ma fa una certa rabbia quando un direttore artistico ti ignora senza che si sia preso la briga di capire che tipo di lavoro fai. E magari quello stesso direttore te lo ritrovi ai pubblici convegni a esigere dalle istituzioni che si faccia qualcosa per il teatro,per i giovani (che intanto hanno quarant’anni ) e per la cultura in questo paese.

Bisogna avere una pazienza tenace e il nostro lavoro per sua natura ce lo dimostra, e nonostante tutto bisogna coltivare sempre il desiderio di ascoltare, conoscere  e mettersi in gioco con la maturità dell’esperienza e con l’energia vitale di ogni prima volta.

Parlando della politica culturale che il Comune e capillarmente il Municipio sul territorio attuano anche attraverso i finanziamenti, ci sembra rilevante un corto circuito che si genera tra intenti e attuazioni.

Quando un’istituzione si fa garante di un progetto, sostenendo i suoi contenuti, si dovrebbe far garante di un processo che prende forma, e non di un finanziamento tout court. Altrimenti il rischio che si genera è quello di perdere la connessione tra contenuto e contenitore.

Facendo un esempio:
Quest’anno il comune di Roma sostiene con 46.000 euro  un Teatro privato per un progetto  di una rassegna di nuova drammaturgia contemporanea. Otto compagnie sono  presenti in cartellone come  progetto speciale.Una sola riceverà un contributo di 6.000 euro, le altre sette  divideranno gli incassi  in percentuale con il teatro.

Sappiamo per certo che alcune di queste compagnie non erano neppure a conoscenza del finanziamento percepito dal teatro grazie a loro, ma anche dopo averlo saputo hanno accettato di barattare queste condizioni  in cambio di una visibilità.In quanto artisti ci sembra eticamente discutibile un simile atteggiamento, soprattutto da parte di un teatro sovvenzionato, e questa perdita di credibilità rischia di estendersi alle istituzioni .
Sappiamo perfettamente che un Teatro ha molte spese da sostenere, cosi come è chiaro che la responsabilità di simili meccanismi è anche dei teatranti.

Allora si salvi chi può!

Se parliamo dei Teatri direttamente voluti dalle Istituzioni o da Enti pubblici il progetto  Teatri di cintura, esperienza elaborata e complessa, importante e in continuo divenire, non può essere visto che come una grande officina composta da più officine sui territori. Indubbiamente ogni realtà risponde a esigenze assolutamente specifiche al suo contesto, ma i frutti di ogni singola esperienza devono servire per continuare ad elaborare strategie comuni.

Se il Teatro è un contenitore vivo e svolge il suo ruolo alto d’istituzione, se la Direzione Artistica non si limita a scegliere  spettacoli ma si fa portatrice di una politica  capace di offrire concrete opportunità di crescita culturale, sociale, artistica per i cittadini, allora si che i teatri assumono in pieno la responsabilità e la funzione di tramite e di interlocutori.
Ma quando ciò non avviene e quelle potenzialità sono destinate a rimanere sulla carta, i teatri finiscono con l’avere la stessa utilità di un ufficio informazioni sempre chiuso.

Riteniamo ad esempio che la particolarità di gestione del Teatro del Lido da parte della Commissione di Programmazione sia veramente distante da una logica di confronto e scambio diretto, divenendo anzi  un filtro alle volte comodo.

Non è possibile valutare un lavoro o una proposta semplicemente sulla base del materiale cartaceo.
Ma purtroppo la procedura stranamente non prevede di poter incontrare fisicamente o anche telefonicamente i responsabili del Teatro.
Quindi l’incontro avviene solo burocraticamente a mezzo posta, lì dove chiaramente  non si ha conoscenza diretta dei responsabili.

Forse è l’ora di introdurre nel mondo teatrale il concetto di pari opportunità.

Riteniamo che i teatri debbano assumersi sul serio il ruolo di punti di riferimento per altre realtà teatrali e non solo. Ma poiché spesso le logiche dei teatri sono tutt’altro che fondate su presupposti artistici ciò che ne consegue assume sfumature grottesche per non dire disastrose. La qualità di un teatro non necessariamente passa attraverso la quantità di biglietti staccati in un anno.

Ma sappiamo perfettamente che anche l’economia di un Teatro, e la sua capacità di essere realtà quanto più autonoma possibile, sono parametri di sana e robusta costituzione.
Ben vengano i rinomati direttori artistici, ben venga la risonanza su un intero territorio cittadino di una politica culturale decentrata ….Alle Istituzioni chiediamo di essere altrettanto attente e garanti  dei contenuti così come dei contenitori.

           “Se il Teatro consister solo dovesse nell’ingoiare una colazione di latte, due pasti più o meno succulenti, dispersi più per l’ingordigia dell’esistenza che per il bisogno vero e proprio ed effettivamente sentito, direi della inutilità del Teatro stesso; ma siccome questo ci dà la bellezza del passato, la tristezza del presente e la speranza dell’onesto domani non egoisticamente inteso, esso è per i nostri figli….
…una speranza.”


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